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L’adattamento climatico negli sport: a che punto siamo?

Da سيرجيو ماتالوتشي, ماسيميليانو تريبودو

Pubblicato 14 luglio 2026

Il clima sta già cambiando velocemente il modo di fare sport, ma le politiche non sono altrettanto rapide a rispondere: è il tema al centro di uno studio pubblicato in pre-print sull'International Journal of Sport Policy and Politics (G. Dingle, A. S. Kiem, C. A. Mallen e G. Dickson, 2026) che, a seguito di un confronto con i manager sportivi, prova a capire a che punto è l’adattamento climatico in questo settore.

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La politica sportiva dovrebbe smettere di trattare il cambiamento climatico come un problema altrui e iniziare a preparare gli allenatori a risposte adattive costruite attorno a quattro elementi: la percezione del rischio, l'acquisizione di conoscenze, la capacità di stabilire le priorità tra i pericoli e l'integrazione delle misure nella strategia organizzativa. Solo allora, sostengono gli autori, gli allenatori potranno passare dall'improvvisare soluzioni estemporanee a svolgere un ruolo attivo nell'adattamento climatico dello sport.

I risultati dello studio “Sport and climate change: ‘Bottom up’ manager perspectives of climate impacts, climate adaptation and implications for sport policy” (di G. Dingle e altri) si basano su un'indagine condotta su 22 dirigenti di organizzazioni sportive regionali, club locali e amministrazioni comunali. Per far fronte al caldo estremo, il 18,9% aumenta l'assunzione di liquidi degli atleti, un altro 18,9% cancella, rinvia o accorcia le partite, il 16,2% applica una politica formale sul caldo, il 16,2% aggiunge più pause, il 10,8% usa il ghiaccio per aiutare i giocatori a recuperare e un ulteriore 10,8% sposta l'attività sportiva alla sera o installa strutture ombreggianti. Solo il 2,7% non adotta alcuna contromisura.

Quando si tratta di piogge estreme, invece, prevale l'inerzia. Il 38,5% non fa nulla per adattarsi, perché non lo percepisce come un problema, non ha le risorse o semplicemente non sa cosa fare. Un altro 23,1% dà risposte vaghe. Solo il 15,4% pianifica attivamente il rischio e un ulteriore 15,4% ha ammodernato le infrastrutture per far fronte a piogge torrenziali sempre più improvvise.

L'articolo sostiene, in ogni caso, che una politica sportiva "taglia unica" non funziona in paesi grandi e climaticamente frammentati come l'Australia. Il caldo estremo, per esempio, colpisce tutti e quattro gli sport in tutte e quattro le zone climatiche studiate, ma la siccità danneggia i campi di cricket e di calcio senza toccare direttamente il triathlon, che si svolge in acqua e su strada, mentre le alluvioni sono un problema serio nelle zone subtropicali e tropicali ma molto meno in quelle temperate e semi-aride. La politica sportiva, sostengono gli autori, deve quindi essere calibrata sulle zone climatiche.