Per secoli, nel Sahara algerino, gli abitanti hanno trovato il modo di adattarsi a temperature estreme senza elettricità. Lo studio “Inventory of ancestral modes of adaptation to high air temperatures in the Algerian Sahara” di Mohammed Faci & altri raccoglie le pratiche di adattamento climatico tramandate tra generazioni e le divide in due gruppi: il modo di costruire le case e le abitudini di vita quotidiana.
Nei villaggi fortificati (gli ksar) le abitazioni sono addossate le une alle altre, con pochissime facciate esposte al sole e vicoli stretti e tortuosi perennemente in ombra. Restringendosi, i vicoli accelerano l’aria fresca della sera, creando un effetto analogo a quello dello strozzamento di un tubo. Le case sono chiuse verso l’esterno e si aprono al cielo tramite un cortile interno, il patio, che nel M’Zab è coperto da una rete (il "Chebeq") e orientato a 45°, così da rimanere in ombra d'estate e lasciare entrare il sole d'inverno.
Anche i muri lavorano contro il caldo, grazie a uno spessore compreso tra 70 cm e 1 m, e alla loro consistenza principalmente in pietra, terra (Toub) o gesso, materiali che assorbono il calore molto lentamente e lo rilasciano di notte. Nell’Oued Souf, ad esempio, i muri in rosa del deserto e gesso garantiscono fino a 10 °C di differenza tra fuori e dentro casa. Piccole aperture di 10-20 cm fanno circolare l’aria, mentre cupole e volte, con fori di 10-30 cm, lasciano sfogare l’aria calda verso l’alto. D’estate si dorme sulla terrazza (lo "Stah"), più fresca, e i muri si tingono di calce chiara per riflettere la luce. Chi può permetterselo, scava una cantina dove ripararsi nelle ore più torride.
Passando al gruppo delle abitudini quotidiane. le famiglie si spostano dentro casa seguendo il fresco, e alcune si trasferiscono per l'intera estate (giugno-settembre) nel palmeto, più mite. Si lavora all’alba e nel tardo pomeriggio, evitando le ore centrali; l'aria si rinfresca con giare di terracotta porosa, si mangia frutta, verdura, latte e datteri al posto di pasti caldi, e si indossano abiti larghi e chiari in cotone come la Gandoura e la Malhfa. Non mancano i rimedi tradizionali, come gli impacchi di henné e cipolla.
I numeri raccontano però anche una perdita di queste prati. L’86% degli intervistati sente che le temperature sono aumentate negli ultimi vent’anni e, al contempo, queste tecniche stanno scomparendo: oggi i materiali tradizionali si usano solo nel 6% dei casi, e sono state abbandonate le abitudini alimentari (95%) e l’abbigliamento tradizionale (81%). La conservazione del cibo è cambiata nel 98% dei casi e il raffreddamento dell’acqua nel 99%, ormai affidati a frigoriferi e celle frigorifere.
Le ondate di calore possono uccidere: si stima che ne siano morte oltre 70.000 persone in Europa nel 2003 e più di 55.000 in Russia nel 2010. Anche l’Algeria è sempre più colpita. Dagli anni '90 i giorni caldi sono in aumento e nel Sahara sono cresciuti di oltre il 50%, al punto che per circa 5,5 mesi all’anno la popolazione vive in condizioni di forte disagio termico.
Di fronte a questo problema, le moderne soluzioni tecnologiche ricevono molta attenzione, mentre i metodi che le popolazioni del deserto hanno affinato in secoli restano poco studiati. Con la crescita delle città molte di queste pratiche sono state abbandonate e rischiano di andare perdute. Lo studio nasce proprio da qui: documentarle prima che spariscano e capire come possano rientrare nelle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.
Per raccogliere le tecniche riportate nello studio, i ricercatori hanno condotto un’indagine sul campo da maggio 2017 a luglio 2019, attraversando le nove aree del Sahara algerino: Saoura, Gourara, Touat, Tidikelt, valle del M'Zab, Oued Rhir, Oued Souf, Tassili n'Ajjer e Hoggar, zone in cui il sole splende in media dalle 7 alle 10 ore al giorno.
Sono state intervistate 350 persone scelte tra chi conserva queste conoscenze: anziani, notabili, ricercatori e funzionari locali (le donne sono il 7%; il 42% ha meno di 50 anni, il 38% tra 50 e 60, il 20% oltre i 60). È stata utilizzata l’intervista semi-strutturata, basata su una guida di 41 domande, di cui 6 aperte per lasciare spazio al racconto, testata con una prova preliminare a Taghit. Ogni colloquio è durato da 15 minuti a un’ora e mezza.